Si devono pagare le Tasse sul Trading online?

Marilena
January 11th, 2021

Uno degli aspetti a cui è necessario prestare attenzione se si ha in mente di cimentarsi negli investimenti telematici è quello che riguarda il pagamento delle tasse sul trading online. Si tratta, infatti, a tutti gli effetti di un’attività economica e, in quanto tale, è soggetta a una specifica imposizione fiscale. Anche se a volte coloro che operano sui mercati finanziari non sanno che le attività di compravendita sono tassate, questa non è una giustificazione per sottrarsi ai propri doveri.

tasse trading online

Bisogna tenere conto delle tasse che si applicano sul trading online a maggior ragione nel caso in cui si prenda la decisione di investire sui mercati facendo riferimento alla piattaforma di un broker straniero. È vero che, in questo caso, si ha a che fare con una soluzione più conveniente dal punto di vista economico rispetto a quella che può essere garantita da un intermediario italiano che svolgerebbe anche la funzione di broker sostituto d'imposta; è altrettanto vero, però, che si potrebbe andare incontro a una maggiore complessità in relazione alle incombenze fiscali.

In sostanza, nel momento in cui ci si avvicina a un investimento online, e in particolare al trading, è fondamentale essere consapevoli del fatto che ci sono delle tasse a cui far fronte; occorre capire, quindi, come si versano le tasse e qual è l’entità delle imposte che devono essere pagate. Va ricordato, poi, che la tassazione è diversa nei vari Paesi del mondo. Infine, può essere utile conoscere i metodi che permettono di pagare meno tasse, ovviamente restando nell’ambito della legalità.

Leggi anche la nostra guida che ti spiega come gestire al meglio i rischi del trading online

Tasse sul trading: che cosa prevede la legge

La disciplina fiscale sugli investimenti finanziari e sul trading nel nostro Paese prevede che a essere tassate siano sia le persone fisiche che le persone giuridiche. Uno dei riferimenti normativi in materia, in particolare, è rappresentato dal TUIR, vale a dire il Testo Unico delle Imposte sui Redditi, secondo cui si deve pagare un’imposta sostitutiva del 26% per i cosiddetti profitti di investimento, che corrispondono ai redditi diversi di carattere finanziario.

La base imponibile che viene applicata dallo Stato è rappresentata unicamente dalle plusvalenze che eventualmente si ottengono tramite gli investimenti. Una plusvalenza si può concretizzare nel momento in cui:

-          Si incassano dei dividendi correlati al possesso di ETF

-          Si incassano dei dividendi correlati al possesso di azioni

-          Si vende uno strumento finanziario a un valore superiore rispetto al prezzo a cui lo si era comprato.

Le tasse vengono calcolate alla fine dell’anno fiscale, una volta all’anno; nel caso in cui l’intermediario agisca da sostituto di imposta, invece, il computo si svolge quando la plusvalenza viene incassata. Si calcolano le tasse sul trading unicamente sul guadagno che eventualmente si ottiene, e quindi al netto delle perdite che si subiscono.

Questo meccanismo ha un nome particolare, ed è noto come compensazione delle minusvalenze. Per comprenderlo più nel dettaglio può essere utile un esempio concreto. Si immagini che, nel corso dell’anno, un investimento determini una perdita di 900 euro e un altro investimento garantisca un profitto di 950 euro. Ovviamente le tasse non si pagano sul profitto complessivo, ma sulla somma che deriva sottraendo le perdite dai ricavi: in questo caso, su 50 euro.

Non bisogna versare tasse relative alla propria attività di borsa, invece, qualora il conto sia in perdita: come dire, solo il danno ma senza la beffa. Resta da capire, però, su quali strumenti si applicano le tasse sul trading. Ebbene, essere riguardano quasi tutti gli strumenti che possono essere negoziati sui mercati, tra i quali:

-          Il bitcoin e tutte le altre monete virtuali

-          Le materie prime come l’argento e l’oro

-          Le obbligazioni e le azioni societarie.

In questo elenco devono essere inclusi, poi, i derivati, i contratti per differenza, i fondi e gli ETF. Diverso è il discorso per coloro che comprano i BTP, cioè i Titoli di Stato, siano essi italiani o di un altro Paese europeo: è prevista comunque una tassazione, che però risulta agevolata e corrispondente al 12.5%, un valore più vantaggioso.

Si tratta di un’agevolazione importante, il cui obiettivo è quello di incentivare i risparmiatori a comprare strumenti a basso rischio, come appunto i Titoli di Stato, grazie a cui le casse del Paese possono beneficiare di una maggiore liquidità.

In Italia, le banche e i broker non hanno l’obbligo di chiedere ai propri clienti di procedere al pagamento di una tassa al fine di sbloccare un fondo. Chi richiede il versamento di un certo importo in denaro per motivi di natura fiscale molto probabilmente sta mettendo in atto un raggiro: meglio rendersene conto e mantenersi alla larga prima che sia troppo tardi.

Nello specifico, gli intermediari stranieri non dispongono dell’autorizzazione al pagamento delle tasse, mentre quelli italiani procedono in autonomia: questo è tutto ciò che serve sapere per evitare frodi.

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Come viene tassato il trading a livello internazionale

Per capire qual è il peso della pressione fiscale nel nostro Paese sul trading online, può essere utile dare uno sguardo alle aliquote che si applicano in Italia per metterle a confronto con quelle previste negli altri Paesi.

A livello europeo, l’Italia si piazza in una situazione intermedia, con l’agevolazione sui Titoli di Stato che va in un certo senso a compensare l’aliquota fissa del 26% che si applica anche sui bond societari. Allargando la visuale ai Paesi extra Ue, però, si nota che gli investitori di molti altri Stati sono più avvantaggiati: è il caso, per esempio, di chi fa trading a Malta, negli Emirati Arabi o in Svizzera.

In questi Paesi si trovano imposte sul trading online decisamente più convenienti e - a volte - addirittura nulle; il discorso è valido a maggior ragione per le tasse sui capital gain, che corrispondono alle plusvalenze da investimento. Il regime fiscale standard per le società viene indicato con l’acronimo CIT, mentre le imposte sulle persone fisiche sono contraddistinte dalla sigla PIT.

Per i trader ci sono vari paradisi fiscali a cui si può fare riferimento. Tra questi vale la pena di menzionare:

-          Hong Kong

-          Trinidad e Tobago

-          Gibilterra

-          Singapore

Sono tutti Paesi in cui non sono previste imposte sul capital gain da investimenti. Una situazione simile si riscontra anche in Svizzera, negli Emirati Arabi, in Giamaica, in Bahrein, alle Bermuda, alle Barbados e a Santa Lucia.

In Albania l’imposta per le plusvalenze individuali e per le plusvalenze societarie è al 15%, mentre in Bosnia Erzegovina è del 10%. A Cipro l’aliquota è del 20%, mentre è del 10% in Bulgaria, alle Isole Fiji e a El Salvador. Si sale addirittura sopra il 30% per le aliquote in Francia, mentre va meglio a chi sceglie la Grecia: ad Atene, infatti, per le plusvalenze societarie si paga il 24% di tasse e per quelle individuali non si va oltre il 15.

Per ciò che concerne gli altri Paesi europei, in Germania le plusvalenze societarie sono soggette alle aliquote delle imposte sulle società e quelle individuali sono di poco superiori al 26%. Si arriva al 33% in Irlanda, mentre in Ungheria non si supera il 15% totale.

Che cosa si deve fare per pagare le tasse sul trading

Appurato che quello relativo al pagamento delle tasse sul trading online è un obbligo da cui non ci si può sottrarre, rimane da capire come ci si deve comportare in concreto per rispettare tale incombenza. Nel nostro Paese i trader hanno la possibilità di scegliere tra due differenti modalità per versare le tasse relative ai propri investimenti. I due regimi fiscali che possono essere adottati consistono nel regime amministrato e nel regime dichiarativo.

Il più facile da applicare, tra i due, è il regime fiscale amministrato, se non altro perché il trader deve far fronte a un impegno minimo, se non addirittura nullo. A occuparsi di ogni aspetto, e a fungere da sostituto di imposta, saranno:

-          L’intermediario

-          Il broker

-          La banca

È evidente che una soluzione di questo tipo si rivela molto comoda anche perché permette di risparmiare un bel po’ di fatica e un sacco di tempo. Non è da sottovalutare, poi, la convenienza economica, dal momento che non ci si deve preoccupare di ricorrere a un commercialista. Un altro vantaggio apprezzabile riguarda il fatto che non si corre il rischio di compiere errori nel momento in cui si andrà a compilare la dichiarazione dei redditi.

C’è, tuttavia, una parziale controindicazione di cui è bene tenere conto nel caso in cui si abbia in mente di fare riferimento a un regime fiscale amministrativo: esso, infatti, può essere applicato unicamente a intermediari, broker o banche del nostro Paese. Tra questi ci sono:

-          Poste Italiane

-          Fineco

-          Widiba

-          Directa

Parecchi intermediari pretendono delle commissioni molto alte: è il caso soprattutto degli istituti bancari, che si fanno pagare (e non poco) per la negoziazione dei vari strumenti, siano essi azioni o altri. Di conseguenza, i trader più accorti finiscono per privilegiare i broker stranieri, che tuttavia non possono agire da sostituti di imposta. In qualunque caso, ovviamente, è sempre opportuno scegliere solo i broker regolamentati, che non corrono rischi.

Si deve pensare anche a un altro aspetto prima di scegliere il regime amministrato: ricorrendo a questa soluzione, a volte si corre il pericolo di pagare una cifra più alta rispetto alle tasse che sarebbero realmente dovute per i ricavi ottenuti con il trading. Se si sceglie tale regime, infatti, le imposte non si scalano al termine dell’anno fiscale, ma subito.

Anche in questo caso si può essere più chiari con un esempio concreto. Immaginando di ottenere un guadagno di 100 euro e poi una perdita di 100 euro, la tassazione sui 50 euro di profitto, pari al 26%, si paga non appena il guadagno viene generato, anche se la perdita successiva poi riporta il bilancio a una situazione di pareggio.

Questo vuol dire che ci si ritrova a pagare per plusvalenze di cui in realtà non si è beneficiato, fermo restando che gli intermediari tengono conto degli avanzi e li sottraggono dagli investimenti che il trader effettuerà in seguito.

Per quel che riguarda il regime fiscale dichiarativo, invece, la principale controindicazione consiste nella possibilità di commettere uno sbaglio nel momento in cui si compila la dichiarazione dei redditi. In questo caso, infatti, sono i trader stessi che si devono preoccupare di procedere al pagamento delle tasse. Nello specifico, si tratta di inserire nella dichiarazione dei redditi sia i guadagni che le perdite a cui si è andati incontro nel corso dell’anno fiscale.

Qui di seguito un elenco di alcuni dei migliori broker che applicano il regime dichiarativo:

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Come si può facilmente intuire, si tratta di una incombenza che presuppone un dispendio di tempo notevole. Inoltre, può rendersi necessario rivolgersi a un commercialista per il servizio, il che comporterà una spesa. D’altro canto, va messo sul piatto della bilancia un pregio importante: le imposte si pagano solo una volta all’anno. Inoltre, si paga solo per ciò che si guadagna davvero, a differenza di quel che avviene con l’altro regime fiscale.

Questo permette di possedere e gestire una maggiore quantità di capitale nel corso dell’anno. In più, si ha l’opportunità di fare trading scegliendo i broker stranieri che si preferiscono: eToro è uno dei più vantaggiosi in questo ambito. Apri subito un account gratuito su eToro e approfitta dei numerosi vantaggi che ti riserva, anche a livello fiscale.

Scegli-un-prodotto-di-investimento-per-iniziareNel caso in cui si decida di registrarsi sulla piattaforma di trading di un broker straniero e di usarla per investire, al momento della dichiarazione dei redditi è necessario in ogni caso dichiarare l’esistenza del conto di trading all’estero, a prescindere dal fatto che siano state realizzate delle plusvalenze o meno.

Va detto che ricorrere al regime dichiarativo per il versamento delle imposte previste per il trading online non si rivela sempre una soluzione ottimale, per le varie complicazioni di cui è portatrice. Per di più, c’è da tener presente che non tutti i commercialisti posseggono una specifica competenza su questo tema.

Per fortuna, ci sono anche dei broker che forniscono agli utenti iscritti un modello precompilato che può essere utilizzato per provvedere al pagamento delle tasse. Sul web, poi, ci sono servizi offerti da professionisti che sono specializzati proprio nel fornire assistenza ai trader che scelgono il regime fiscale dichiarativo.

Potrebbe anche interessarti: Come fare per evitare di pagare le commissioni di trading

Come non pagare le tasse sul Trading?

Purtroppo non è possibile evitare di pagare le tasse che si applicano sui profitti finanziari, al di là dell’entità dei guadagni. Tuttavia, si può pensare a soluzioni alternative, ovviamente legali. Per esempio, ci si può trasferire in un Paese in cui non sono previste imposte sul capital gain. Tra i paradisi fiscali per gli investitori ci sono:

-          La Malesia

-          La Nuova Zelanda

-          Hong Kong

-          Dubai

-          Singapore.

Per quel che riguarda la Svizzera, invece, si può evitare di pagare le tasse relative ai proventi finanziari unicamente nel caso in cui non si sia trader professionisti. Si considerano trader professionisti coloro che usano i derivati e mantengono i titoli prima di venderli per almeno sei mesi.

Un’altra strada che si può percorrere per ridurre al minimo l’impatto fiscale sui guadagni generati è quella che prevede di individuare il regime fiscale più in linea con le proprie caratteristiche di investitore. In particolare, il regime dichiarativo è più adatto a coloro che nel corso dell’anno eseguono un numero abbastanza elevato di transazioni.

Grazie al regime fiscale dichiarativo, si ha la possibilità di selezionare un broker online estero, che prevede costi più bassi, così da pagare poche o zero commissioni. Certo, c’è da valutare la spesa per il servizio del commercialista, ma il costo viene compensato con i risparmi che si accumulano nel corso dell’anno.

D’altra parte, il regime amministrato è la soluzione migliore per tutti gli investitori che hanno a disposizione un budget limitato, ma anche per coloro che effettuano un numero contenuto di operazioni durante l’anno. In tale scenario, si avrà a che fare con commissioni un po’ più elevate, ma non ci si deve preoccupare di pagare un commercialista.

FAQ

A quanto ammontano le tasse sui profitti di trading?

Le tasse sui profitti di trading prevedono un’aliquota al 26%. Il calcolo viene effettuato alla fine dell’anno fiscale: ciò vuol dire che si pagano le tasse non sui guadagni totali, ma solo sulle plusvalenze che si ottengono al netto delle perdite che vengono registrate. Per esempio, se nel corso dell’anno facendo trading si guadagnano 3mila euro e se ne perdono 2mila, le tasse si applicano solo sui mille euro di plusvalenza, e non sui 3mila euro complessivi.

Come si pagano le tasse sui profitti?

Il pagamento delle tasse sui profitti varia a seconda del regime fiscale che si decide di adottare: quello amministrato o quello dichiarato. Nel primo caso in realtà non si deve fare niente, in quanto sono il broker o la banca che fungono da sostituto di imposta a pensare a tutto. Nel secondo caso, invece, è necessario provvedere in prima persona (o comunque con il supporto di un commercialista) all’inserimento dei dati in fase di compilazione della dichiarazione dei redditi. Ognuno dei due regimi, comunque, presenta pro e contro che devono essere valutati con la massima attenzione.

Il 74-89 % dei conti degli investitori al dettaglio subisce perdite monetarie in seguito a negoziazione in CFD. Valuti se comprende il funzionamento dei CFD e se può permettersi di correre questo alto rischio di perdere il Suo denaro